Tradimento, messa in discussione
[di Alessio Masone] Dal latino tradere che è tradotto anche con “trasmissione”, “consegna”, “tradizione”. Quando l’uomo non conosceva alcun linguaggio di comunicazione, l’unico mezzo di trasmissione era il passaggio del DNA da una generazione all’altra. Praticamente, l’evoluzione dell’uomo è stata agevolata dalla bassa predisposizione dell’animale uomo alla monogamia. Maggiore era il numero di donne che l’uomo fecondava, maggiore era il numero delle occasioni di confronto tra i patrimoni ereditari. Ogni figlio, nascendo dall’incontro di due DNA, rappresenta il nuovo, l’evoluzione dei genitori. Così, ogni individuo, dopo qualsiasi confronto con l’altro (nell’amore, nel lavoro e in ogni ambito relazionale), contaminandosi, non è più lo stesso di prima, ma, in un certo senso, è figlio di quel confronto. Ognuno di noi è parte di tante coppie, quante sono le persone con cui si relaziona, in qualsiasi ambito.
Estremizzando l’uso convenzionale del termine “tradimento”, si potrebbe affermare che, quando ci rivolgiamo a nuove conoscenze, nuove città, nuovi stili di vita, nuove passioni, nuovi amici, nuovi lavori, nuovi ideali, stiamo perpetrando un tradimento. Per evitare questo, diventa necessario allontanare da noi quel sentimento che, diffidando del “tradire”, è funzionale, soprattutto, alla tutela dell’ordine sociale (quando non esistevano gli anticoncezionali, una donna che tradiva il marito o, se non coniugata, il padre, facilmente metteva al mondo figli illegittimi) e alla conservazione dello status quo (i detentori del potere politico e religioso non hanno interesse a mutare il sentire comune).
In pratica, non tradire è da reazionario, tradire è da riformista. Certamente, bisogna distinguere il tradire/trasmettere/contaminarsi dal tradire/rifiutare/rinnegare. Contaminare la propria storia individuale con quelle di altri è produttivo e da perseguire. Ogni volta che tradiamo/trasmettiamo le persone e le cose del nostro vissuto, contaminiamo di queste le altre aggiuntesi nella nostra vita; trasmettiamo, al contempo, alle persone e cose del nostro vissuto, il bagaglio innovativo che apprendiamo dalle persone e cose aggiuntesi. Senza questo tradire/trasmettere, l’evoluzione della della civiltà umana sarebbe stata sicuramente inficiata. Ogni persona che si è contaminata di noi, a sua volta, contaminerà di noi altri individui che nenche conosciamo, perseguendo una collettività condivisa e inclusiva.
Lo stesso amore è un’energia che ci aiuta a entrare in comunicazione più estrema con l’altro: senza, non saremmo capaci di tradire/trasmettere noi stessi contaminandoci con l’altro e mettendoci in discussione. L’incontro elettivo consente a una coppia di persone di produrre figli biologici, ma consente anche che ogni giorno del loro incontrarsi sia figlio/evoluzione dell’incontro del giorno precedente. Se l’amore è contaminazione, tradimento di sé stessi, estremizzando, il suo fine è eliminare quell’individualismo che ci separa a causa del ruolo di genere e sociale che rivestiamo. Per questo, sono da comprendere quegli uomini illuminati che, filantropi e missionari, al di fuori di ogni ruolo, sono capaci di tradire/trasmettere/condividere con tutti gli individui, a maggior ragione, se bisognosi (di condivisione).
Rispondendo a Nicola, affermo che il dramma dell’amore sta nell’incapacità di svestirci di quei nostri ruoli che impediscono una vera condivisione con l’altro: le differenze tra uomo e donna, non sono un limite alla condivisione, ma al contrario, sono opportunità biologiche (figli) e, anche, interiori (crescita personale), se utilizzate per tradire/trasmettere/condividere noi con l’altro. Non a caso, spesso, siamo capaci di slanci di estrema condivisione con quegli individui che, sebbene poco intimi con noi, appunto, non sono cristallizzati nei ruoli del nostro quotidiano.
A quelle persone che, per timore di “tradire/rinnegare” la propria personalità e la propria vita, evitano di tradire/trasmettere/condivere la propria vita con un partner, sottopongo questa mia frase:
“L’amore è fatto di due e non di uno, perché per l’altro riusciamo a realizzare cose di cui non saremmo capaci, se fossero solo per noi stessi: è una sottrazione di individualismo che, accrescendoci, ci ripaga più di qualsiasi investimento egoistico”.