E se la rivoluzione del cibo iniziasse dai locali pubblici?

Mi muovo con entusiasmo, visto che non devo fare il padrone di casa, stavolta. Nessun pianeta da salvare, nessun cibo che porti il peso del mondo sulle spalle. Stasera, ogni cosa che verrà comunque sarà positiva in termini di rilassatezza, penso tra me.
Il cibo poco salutare di pub e locali alla moda può essere un rituale trasgressivo da rinnovare, una volta ogni tanto.
Ma, più la serata va avanti e più mi sento fuori posto. Quelle rare volte che esco dalla mia libreria e dal GAS Arcobaleno, approfitto per frequentare le iniziative di Lerka Minerka, CAI, LIPU, WWF, La Cinta, Lentamente, Terra&Radici che mi fanno sentire adeguato, come in un mondo a parte.
Infatti, in questi mesi, che non ero uscito per il centro storico, mi rendo conto che il mondo è peggiorato. Sembra di stare a Roma, quando si avvicina il terzo indiano venditore di rose, di quelle perfettamente e industrialmente coltivate.

Se i locali e i bar fossero, per legge, costretti a somministrare cibo bio, locale o etico (del Commercio Equo e Solidale), sicuramente le economie locali e quelle in via di sviluppo sarebbero floride e capaci di coesione sociale: quindi, quegli indiani sarebbero rimasti legati alle loro orgogliose radici, invece di essere sfruttati dalla malavita nei paesi occidentali ed esposti alla nostra pietà. E quegli individui che si raggruppano in questi locali respirerebbero un’aria di inclusione e di felicità diffusa.
Il cibo che si propone nei locali pubblici, dal punto di vista esperienziale, realizza una promozione di quello che faremo nel nostro quotidiano rapporto con il cibo e con il mondo.
I titolari dei pub, interfacciandosi con il pubblico, attualmente devono attenersi a regole d’igiene superiori a quelle di casa propria: coerentemente i titolari dei pub, al contrario di quando sono a casa loro, dovrebbero somministrare ai clienti solo prodotti garantiti in termini di responsabilità sociale e salubrità, in quanto bio, territoriali o etici.
