Teatro diffuso e crowdfunding per il De Simone. La proposta di Art’Empori
Per una cittadinanza artistica non delegata

Anche il meno lungimirante degli amministratori pubblici vorrebbe tenere in funzione tutti i teatri del proprio territorio. Ma la vita non è un social network che regala quel delirio di illimitatezza che consente virtualmente di poter partecipare contemporaneamente a più eventi, di far parte di più gruppi anche quando in contraddizione tra loro.
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Nel mondo reale, quello dei limiti e della recessione, invece, si deve necessariamente rinunciare, non aggiungere all’infinito. Le limitate risorse finanziarie derivanti dalle tasse dei cittadini devono essere destinate alla sanità, alle forze dell’ordine, a chi a perso il lavoro, alla scuola o alla cultura? A quali rinunciamo?
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Oggi, è un controsenso raggiungere un teatro, attraversando il cimitero dei negozi chiusi o in chiusura, per sentire dagli attori che il mondo non va. Questa crisi è necessità e opportunità per il cittadino\spettatore di diventare cittadino\attore del cambiamento nel quotidiano.
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Certo, non si vuole che chi vive di teatro si aggiunga alla lista di quelli che stanno perdendo casa, azienda e lavoro. Ma forse quegli artisti potrebbero dare un segnale di cambiamento perché ormai esiste una corrispondenza diretta tra ogni spettacolo realizzato a carico delle strutture pubbliche e una partita IVA che chiude a causa delle tasse insostenibili, con conseguente perdita di posti lavoro.
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Questa crisi di sistema, con il suo cambiamento epocale, forse libererà la creatività dalla costrizione degli edifici pubblici, non luoghi della cultura in quanto sconnessi dal quotidiano e dalle sue emergenze: spazi istituzionali che si nutrono di responsabilità sociale lunga e che alimentano la delega.
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Gli artisti che non vorranno esibirsi in questi contesti di fruizione informale, di teatro diffuso nel quotidiano, probabilmente non sono portatori di cambiamento: a questi soggetti, rimasti sull’uscio della nostra epoca in crisi, potremmo rinunciare in nome di una giustizia sociale. Come un regista, per realizzare uno spettacolo, rinuncia per mesi a pezzi della propria vita, così gli spettatori, rinunciando a quegli artisti che rappresentano l’immobilismo, sarebbero autori di un’azione artistica, sarebbero fruitori responsabili di arti coerenti con questo secolo.
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Mario, il mio è solo un suggerimento. Qualcuno, che è parte del mondo dello spettacolo, può attivare il progetto di crowdfunding su una delle piattaforme (come https://www.produzionidalbasso.com/).
Alessio Masone
Va benissimo quello che scrivi Alessio: istituisci un sito con annesso IBAN, nomina altri due membri e verserò la mia quota (compatibilmente con le mie disponibilità economiche).
Dovrà essere pubblicata la lista completa dei contributi e fatta una gara pubblica per scegliere la ditta che dovrà effettuare i lavori.
Mario Scalise
Sono d’accordo sull’analisi. Si potrebbe così sensilibilizzare l’opinione pubblica su un problema che non è nuovo, a Benevento. Basti pensare all’Arco di Traiano. Siamo assai insensibili al ‘materiale’, figurati all’immateriale… Delegare alle istitruzioni, viste le tasse che paghiamo, non è però un controsenso. Anzi. Sì al crowdfunding (lo si fatto per ‘Riverberi’, grazie a dio) , no alla delega; ma anche sì a pretendere, da chi ci amministra, qualcosa di più e di diverso. Magari un intervento in coesione con il nostro.